Garage Culture

Una delle livree più iconiche per gli italiani

24.07.2020

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Nel linguaggio informatico, un hub (letteralmente fulcro, elemento centrale) non è altro che un concentratore, un dispositivo che funge da nodo di smistamento di una rete di comunicazione dati organizzata. Insomma, si tratta di una scatoletta in grado di connettere più computer tra loro creando così una rete.
Garage Italia Hub nasce proprio con l’intenzione di creare una rete sempre più ampia per condividere con voi nuove idee, progetti e contenuti digitali.
Da qui l’idea di creare una piattaforma che sia il centro della nostra creatività… ma anche della vostra.

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DAVIDE PERELLA

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Davide Perella – Sono nato nel 1991 a Cagliari e ho sempre avuto una grande passione per il mondo della moda e del digital. Spendevo ore ed ore a creare le presentazioni Power Point su Photoshop e dopo il diploma decisi quindi di trasferirmi a Firenze per studiare grafica e comunicazione visiva.

Dopo aver terminato gli studi e una piccola parentesi newyorkese, mi sono trasferito a Milano dove ho avuto la possibilità di lavorare e collaborare con brand come Moschino, Nike, Neil Barrett e Alberta Ferretti.

Come definiresti il tuo stile?

Il mio stile è sicuramente influenzato dallo streetwear e dell’alta moda. Mi piace mixare diversi elementi per creare prodotti inediti spesso con un pizzico di ironia.

Cos’è per te la personalizzazione?

Trasferire la tua visione di stile su un oggetto o un capo, così da renderlo unico attraverso la tua impronta personale.

Trasferire la tua visione di stile su un oggetto...

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

La mia passione per Nike e per lo swoosh è sicuramente la protagonista di questa personalizzazione, ma ho voluto creare uno slogan per rafforzare ancora di più il design, quale se non “Fuck 2020”, espressione che sono sicuro troverà d’accordo una grande percentuale di persone.

Come l’hai realizzata?

Dopo aver digitalizzato l’idea e posizionato tutti i ricami sulla tuta mi sono affidato a un piccolo ricamificio in Sardegna che, sotto la mia stretta supervisione, ha fedelmente ricreato il mio prototipo virtuale.

Come nasce la tua sana ossessione verso lo Swoosh? Qual è il valore aggiunto di questo logo rispetto ad altri?

Nacque tutto all’università quando il mio professore mi chiese di disegnare alla lavagna l’iconico logo. Nel 2017 ho avuto la possibilità di collaborare per la prima volta con Nike, ho creato delle installazioni all’interno del NikeLab di Milano e dei video che “bombardavano” di immagini le vetrine. Il valore aggiunto? Trovo che la sua silhouette si presti tantissimo a livello grafico, soprattutto per la sua immediata riconoscibilità.

Negli ultimi due anni abbiamo assistito ad un vero e proprio boom di collaborazioni tra maison di lusso e brand streetwear. Qual è l’esempio di contaminazione più riuscito secondo te? E quello che vorresti vedere?

Penso che una delle collaborazioni più riuscite di quest’anno e che ha creato più hype sia stata tra Dior e Jordan. Le Air Jordan 1 con l’iconico monogram sono state e sono ancora l’oggetto del desiderio del 2020 per molti sneakerhead.

Sono un fanatico di scarpe ma anche di accessori, le borse stanno diventando un must-have anche tra gli uomini, mi piacerebbe vedere delle borse in chiave streetwear, credo si possa fare ancora molto.

Sognare non costa nulla, anzi dicono faccia bene. Un brand di cui vorresti essere creative director.

Ovviamente Nike, ma non nego che il mio sogno è quello di creare un mio brand.

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PATRICK EDUARDO

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Patrick Eduardo nasce il 23 agosto 1991 a Lipa City, nelle Filippine. Durante l’infanzia si trasferisce con la sua famiglia in Italia. Inizia gli studi a Milano e con il sostegno della musica e del disegno sviluppa presto la sua parte creativa. Si diploma in Graphic Design e completa gli studi presso l’Università di Rotterdam alla facoltà di Architettura di Interni moderni. In parallelo agli studi universitari, Patrick conosce ed esplora il mondo antico della calligrafia applicato al nuovo movimento artistico che stava nascendo in Olanda: “Calligraffiti”.

La fase sperimentale si conclude col suo ritorno in Italia, dove comprende che la calligrafia può essere produttiva per la sua carriera ed evolvendo il concetto di scrittura in arte. Questa diventa sempre di più una costante da legare ad altri aspetti artistici come il contrasto tra colori e materiali; il connubio tra oro e nero concede alle sue opere la massima aspirazione decorativa, rendendole fruibili in vari paesi europei come Francia, Germania e Russia fino al Medio Oriente, permettendogli di collaborare con vari brand e artisti in tutto il mondo.

Come definiresti il tuo stile?

Il mio stile si basa prettamente sulla calligrafia moderna che negli anni si è trasformata sempre più ad un astrattismo composto da segni ispirati all’arabo, il cirillico e il giapponese.

Cos’è per te la personalizzazione?

La personalizzazione per me è un metodo di comunicazione di forte impatto elevando un oggetto di uso comune a una vera e propria espressione artistica. Delle volte è anche una sfida, per capire se con la più semplice delle idee tu possa distinguere il tuo stile da quello di un altro.

...elevando un oggetto di uso comune a una vera e propria espressione artistica.

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

Mi sono ispirato fondamentalmente alle mie tele, ho voluto dare la mia impronta vedendo la jumpsuit come se fosse una tela bianca senza seguire la sinuosità del capo. Mi piacciono i tagli netti e i contrasti ed è per questo che la jumpsuit è tagliata a metà lasciando dall’altra parte il capo nella sua essenzialità.

Come l’hai realizzata?

Ho utilizzato per la base nera un acrilico nero e i dettagli d’oro sono composti da solventi e smalti che nel corso degli anni ho coniato come il mio oro personale.

Qual è la tua formazione e in che modo ha influenzato la tua arte?

Mi sono laureato in Architettura di interni moderni a Rotterdam, città che mi ha fatto scoprire un nuovo movimento artistico chiamato Calligraffiti. Proprio in quegli anni di studio nacque tutta la scena e studiando calligrafia anche a scuola è diventata da subita una vera e propria passione.

Stai sperimentando altre forme di calligrafia o intendi portare avanti questo tratto che oggi è tuo marchio di fabbrica?

Dal mio punto di vista l’arte nasce per continuare a crescere ed evolvere. Quindi sì, cercherò sempre di evolvere il mio stile ogni giorno che passa, tenendo sempre la calligrafia come punto di riferimento.

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NICOLETTA SARACCO

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Ho trent’anni, sono Marchigiana, di Civitanova Marche, e vivo a Milano da undici anni.

Dopo il Liceo Classico, a 19 anni, mi sono trasferita a Milano per frequentare il corso triennale di Fashion Design presso l’Istituto Marangoni e, dopo un master alla Creative Academy in Design and Applied Arts, ho iniziato il mio percorso lavorativo all’interno del mondo della moda, in Chloè, come shoes designer.

Il 10 giugno del 2019, a 29 anni, la mia vita viene stravolta da una diagnosi:

Tumore al seno metastatico.

Da quel giorno ho deciso di abbandonare il mondo della moda per concentrarmi su me stessa.

Questa nuova vita mi ha portata a creare un progetto, con il nome di NI.ART.GALLERY, che è diventato il mio nuovo lavoro. Racconto la mia storia e raccolgo fondi per la Fondazione IEO (Istituto Europeo di Oncologia) dove sono attualmente in cura.

Come definiresti il tuo stile?

L’aggettivo che assocerei al mio stile è “colorato”.

Il colore è il mezzo ed il messaggio che voglio far arrivare: la gioia di vivere.

Infatti, come dico dietro le mie creazioni, “non c’è cosa più bella di vivere a colori”.

Cos’è per te la personalizzazione?

A mio parere il concetto di personalizzazione rappresenta il processo di rendere unico un capo.

Con il termine AD-PERSONAM, quindi “solo per una persona”, si esprime appunto l’idea di unicità di un qualcosa personalizzato alla persona.

...il processo di rendere unico un capo

A che cosa ti sei ispirata per la customizzazione della Jumpsuit?

Ho voluto customizzare la jumpsuit con il simbolo del mio progetto, la Madonna.

Sono andata a ricamare la tuta per far incontrare, in maniera metaforica, l’universo di NI.ART con l’anima workwear di Garage Italia.

Come l’hai realizzata?

La realizzazione si è sviluppata in due fasi: il ricamo delle madonne ed il logo NI.ART.GALLERY sul retro. L’applicare degli strass termoadesivi sul colletto e a rifinire la patch ricamata.

Raccontaci la tua storia e come nasce Ni.Art.Gallery.

Il 10 Giugno 2019 è il giorno in cui mi viene comunicata la diagnosi di tumore al seno.

Uno shock.

Quel giorno rimarrà indelebile per il resto della mia vita. 

Ricordo di aver passato i due giorni successivi a piangere ininterrottamente, senza capire nulla di quello che stava accadendo, con un unico pensiero costante: la paura di morire. Una paura con cui ho dovuto imparare a convivere.

Questo perché la parola ‘tumore’ viene istintivamente associata alla morte. 

La prima cosa che ho fatto è stata quella di tagliare i capelli.

I capelli rappresentavano un altro problema, in quanto simbolo di femminilità.

A 29 anni, con una diagnosi di tumore e quindi una chemio da fare, sono corsa dal parrucchiere a tagliarli corti, con l’unica richiesta di donare i miei capelli per realizzare le parrucche per qualcuno nella mia stessa situazione.

All’improvviso mi sono ritrovata a passare le giornate tra analisi, Pet, Tac, visite, terapie, ed anche un intervento ai polmoni.

Dal mondo della moda, la mia nuova realtà era, ed è, lo IEO (Istituto Europeo di Oncologia) dove sono attualmente in cura.

Ad un anno dalla diagnosi, nel pieno delle cure, mi sono ritrovata a dipingere. 

Per puro caso, durante il primo lockdown, ho deciso di comprare un cavalletto, tele ed acrilici per tenermi impegnata.

Da un quadro ne è seguito un altro, poi un altro ed un altro ancora. Vedevo che piacevano ai miei amici, così ho pensato che sarebbe stato bello collegarlo alla mia storia e parlarne allo IEO.

È nato tutto per puro caso.

Il nome NI.ART.GALLERY, dove NI sta per Nicoletta, è stato deciso assieme ai miei amici.

Ho aperto la pagina Instagram e, attraverso l’aiuto e la partecipazione di tutti, tutto è iniziato.

In due giorni avevo venduto quindici quadri.

Tutto così inaspettato ma al tempo stesso entusiasta di fare un qualcosa di utile a me stessa ed agli altri.

Il simbolo-emblema del mio progetto è una Madonna, appositamente senza volto, per far si che ognuno la associ a ciò che ritiene più adatto.

NI.ART.GALLERY oggi è diventato un marchio registrato ed ha un sito, www.niartgallery.com, dove oltre ai quadri si possono acquistare felpe e t-shirt ricamate con il logo della Madonna.

 

Dipingere è sempre stato ‘nelle tue corde’ o hai improvvisamente scoperto di essere portata?

La vera passione per la pittura forse l’ho riscoperta ora!

Da piccola dipingevo, ma erano veramente tanti anni, forse quindici, che non lo facevo.

Ho sempre disegnato, anche per lavoro, ma la pittura era stata una cosa lasciata in disparte.

Le tecniche che utilizzo sono varie, solo acrilico, acrilico a colata e pennarelli, su tela.

Devo dire che per me è un modo per rilassarmi, mentre dipingo riesco a perdere la percezione del tempo e della realtà.

Con il tuo progetto stai facendo un importante lavoro di sensibilizzazione verso il tema della prevenzione. Cosa ti senti di consigliare alle tue coetanee?

Il mio scopo, e sogno, è quello di far arrivare attraverso il m io progetto un messaggio di energia, positività e sensibilizzazione al tema della prevenzione.

Ritengo che ad oggi noi giovani siamo poco informati riguardo certe patologie in generale, in particolare riguardo il tumore al seno.

È un tema importantissimo in quanto può colpire qualsiasi donna a qualsiasi età.

Io, a 29 anni, non avevo mai fatto un’ecografia al seno, non sapevo in cosa consistesse un’ago-biopsia o una Pet.

Il mio intento è raccontare la mia esperienza di vita per far sì che i giovani come me possano percepire l’importanza del prevenire piuttosto che curare.

È così bella la vita che dobbiamo sfruttarla e viverla sempre in tutte le sue sfaccettature. Ed è anche grazie alla prevenzione se è possibile sorridere alla vita.

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TETI

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Matteo Piccolo aka Teti, nasce a Milano nel 1987, ed è qui che continua a lavorare duro. Artista autodidatta inizia a sperimentare tra una pausa lavoro e l’altra, e senza accorgersene trasporta meticolosamente le sue azioni ripetitive di un lavoro alienante su tela, o su qualsiasi altro supporto si trovi davanti. A furia di far girare il rullo vengono fuori delle linee astratte o geometriche, a seconda di chi le guarda; lui le chiama Axonometry e diventeranno una presenza costante nelle sue opere. Quest’arte dell’improvvisazione lo porta a creare nuove serie artistiche fatte di materiali su e supporti diversi, come diverse sono le collaborazioni e le esposizioni che ormai lo coinvolgono dal 2009. Il suo unico punto fermo è questo: Work Hard, Always Smile.

Come definiresti il tuo stile?

Industriale ripetitivo.

Cos’è per te la personalizzazione?

Dare nuovo carattere, inventare e dare spazio a nuove idee

Nel mio caso mi diverte farlo in modo abbastanza “freestyle”, trattando l’oggetto o il capo come se fosse un foglio bianco.

Dare nuovo carattere, inventare e dare spazio a nuove idee

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

A come mi vesto quando lavoro di solito. Ho fatto la stessa cosa che feci 10 anni fa con la mia prima tuta intera da lavoro: tagliata in due. Decisamente più comoda.

Come l’hai realizzata?

L’ho divisa in due parti, trasformandola in un pantalone e una camicia da lavoro, e poi ho scolorito completamente le due parti facendole diventare arancione chiaro. Utilizzando del pigmento marrone l’ho colorata a macchie per dare un effetto sporco misto usato.

Ho aggiunto del tessuto alla “camicia”,che non ho però colorato.

Ho stampato in 3d dei bottoni con il logo di Garage Italia e li ho applicati.

Su un taschino ho cucito a mano la scritta TETI come facevano in marina per non scambiare le divise dopo il lavaggio.

Ho serigrafato su tutto il tessuto le mie axonometry di vari colori.

È la prima volta che lavori su un capo di abbigliamento?

Si, non mi era ancora successo, ma è stato molto divertente, ho avuto modo di esprimere la mia arte su una superficie diversa.

Quali sono le tecniche che prediligi e le superfici che ti danno più soddisfazione?

Per creare le mie opere, che hanno un segno grafico semplice, mi basta un rullino da 5 cm e della vernice bianca o nera, ma soprattutto tanto spazio. Amo le superfici grezze, dove il colore entra all’interno degli spazi delle crepe.

Sui tuoi social vediamo che ricerchi spesso il dialogo con la tua fan base? Quanto è importante per te stimolare questo tipo di interazione? 

Reputo i social come dei megafoni per far arrivare i tuoi messaggi a più gente possibile, le mie opere hanno significati diversi in base a chi le guarda, cerco tantissimo il dialogo con le persone che mi seguono perché sentire ciò che ci vedono è parte del ciclo creativo dell’opera.

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YURISATA

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Yuri Sata. Classe ‘89, disegnatore, writer e tatuatore.

Disegno praticamente da sempre, ho iniziato quando avevo 4 o 5 anni e non ho mai smesso fino oggi, quando oltre ad essere una passione che mi accompagna da tutta la vita è anche diventata la mia professione. L’interesse e l’apertura verso il mondo del tatuaggio risalgono al periodo dell’adolescenza, successivamente al periodo dei graffiti.

Dal 2016 sono co-founder di SATATTTVISION, il mio studio di tatuaggi in Via Tadino 3, in zona Porta Venezia. In realtà non è solo un tattoo studio, è un luogo dove le varie contaminazioni date dagli interessi di ciascun componente del team portano continuamente nuova linfa alla creatività del collettivo.

Come definiresti il tuo stile?

Posso dirvi che il mio trip sono sicuramente le lettere…cerco sempre di evolverle e crearne sempre di nuove, cercando di non scadere nella monotonia. Ci sono periodi in cui sono portato a fare un certo tipo di cose piuttosto che altre, ma credo sia qualcosa che capiti a chiunque crei, a prescindere da cosa stia creando.

Cos’è per te la personalizzazione?

Lo dice la parola stessa, dare un carattere a qualcosa. A mio avviso possono esserci tanti modi di personalizzare, ma ci sono due variabili da considerare che sono a mio avviso cruciali: su commissione o lavoro libero! Da qui poi si aprono strade diverse.

Dare un carattere a qualcosa.

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

Premessa: da ragazzino personalizzavo le carrozzerie dei motorini agli zanza di periferia.

In questo caso, visto il forte legame che ha il capo con il mondo dei motori, mi sono subito venute in mente le tute dei piloti, tappezzate di quelle patch super fighe di sponsor, attraversate da scritte dalla testa ai piedi, numeri etc.

Come l’hai realizzata?

Smalti, pennelli e bumbuléta (bomboletta in milanese). Se lo volete mettere a me fa ridere.

E noi lo mettiamo.

Raccontaci il passaggio dai graffiti ai tatuaggi, due mondi non così distanti a pensarci bene.

Beh, non è stata una vera e propria scelta, è stata una transizione naturale e direi fisiologica… La curiosità è stata grande fin da subito, per cui ho iniziato a farmi un sacco di domande su come si realizzassero e ho approfondito l’argomento.

Vedendo parecchi writer, coetanei o più grandi, che erano tatuati ed alcuni erano anche tatuatori diciamo che è scattata la molla.

C’è da dire che il solo ed unico tatuaggio che ho sempre avuto sotto gli occhi sin da quando ho memoria è quello di mio padre, un tatuaggio super true tutto sgangherato con le iniziali sua e di mia madre! SBAM (momento di esaltazione mista fierezza).

 

Avevi già avuto occasione di lavorare alla customizzazione di un capo di abbligliamento? Su quali altri superfici hai impresso in passato le tue forme di lettering e su quale ti è piaciuto di più lavorare?

Sì, nel corso degli anni ho avuto modo di lavorare su vari supporti e capi d’abbigliamento: denim, impermeabili, caschi, moto, scooter, muri, saracinesche, interni di officine ecc… Devo dire che ogni superficie a suo modo mi ha fatto divertire, proprio per il fatto di dovermi adattare sul momento a quello che avevo davanti a me.

 

Qual è il significato dei simboli sulla Jumpsuit? A noi puoi dirlo.

Nessuno!

Sto scherzando, in realtà sono lettere e numeri realizzati con un alfabeto che ho creato grazie alle varie contaminazioni del mio percorso artistico fino ad oggi.

Nello specifico sulla parte frontale della jumpsuit in prossimità del petto ci sono una G e una I per Garage Italia, sui tasconi invece troviamo una M e una I (Milano).

Sul retro all’altezza dei polpacci c’è un 20 che sta per l’anno corrente, che letto al contrario diventa 02 (il prefisso di Milano, Signore e Signori). Coincidenze? Non credo proprio.

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RIFFBLAST

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RIFFBLAST è un artista italiano, nato a Bologna, in Italia.

Il mio viaggio nell’arte è iniziato nella prima infanzia, cresciuto in campagna da una famiglia stimolante e creativa che mi ha sostenuto sin da quando ho iniziato a dipingere e creare sculture di legno.

All’età di 17 anni ho iniziato a collaborare con aziende di skate e surf per creare grafiche di tavole. Questo mondo mi ha fatto conoscere il vero amore per la sottocultura punk hardcore che per anni ha influenzato il mio modo di vedere l’arte.

Dopo una breve ma intensa esperienza nel mondo della moda che mi ha aiutato a sviluppare conoscenze in ambito commerciale, nel 2015 decisi senza alcuna certificazione o sicurezza di tornare a dipingere e creare arte.

Il mio approccio al mondo dell’arte non è stato da manuale, come per chiunque si avvicini a questo mestiere, sto tuttora affrontando un percorso lento che grazie ad eventi e social media mi sta facendo crescere.

Da un paio di anni collaboro con diverse gallerie in giro per il mondo, dall’Italia agli Stati Uniti, partecipando attivamente a mostre personali e collettive.

Come definiresti il tuo stile?

Non ho uno stile preciso o definito, diciamo che faccio un po’ quello che mi pare.

Dopo un paio di anni passati a cercare di fare arte come altre persone la concepiscono e come sono stati sempre abituati a vederla, ho deciso che la via più semplice ed efficace è fare proprio quello che mi sento sul momento.

Cos’è per te la personalizzazione?

È uno stile di vita, nel senso più ampio della parola la personalizzazione può essere anche un tatuaggio o il modo in cui una persona mangia la pizza, non è un concetto necessariamente legato ad un qualcosa in particolare.

La personalizzazione "È uno stile di vita"

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

Ho voluto mixare il sapore dei vecchi chiodo in pelle degli anni ‘70/’80 con la cultura del tatuaggio tradizionale orientale.

Come l’hai realizzata?

Usando varie tecniche, dalla serigrafia fino alla pittura con candeggina.

Quali sono i tuoi soggetti preferiti e le tecniche che prediligi?

Sono anni che colleziono vecchie cromolitografie religiose e proprio loro, con quei colori pastello accesi, sono i soggetti che preferisco rispetto ad una tela bianca.

La pittura con colori acrilici, nonostante sia il modo più “banale” per dipingere, è la mia prediletta, ultimamente sto sperimentando tanto con il legno, creando vere e proprie sculture che escono dalle cornici.

E perché proprio i Santi? C’è una ragione in particolare?

È stato davvero casuale l’accostamento della mia arte a quella sacra. Certe movenze o le posizioni in cui le figure vengono ritratte mi fanno scattare l’idea di ritrarli in modi in cui l’artista originale non si sarebbe mai immaginato (eh beh certo, era anche un’altra epoca direte voi). A me piace pensare che in un mondo dove tutto ancora era da scrivere e creare, qualcuno avesse già pensato che in futuro ci sarebbe stato un Riffblast che avrebbe blastato i suoi quadri.

Quanto è difficile essere RIFFBLAST? O meglio, quanto è difficile spingersi sempre un po’ oltre senza mai varcare la sottile linea della provocazione?

Viviamo in un mondo dove tutto o quasi tutto è ormai sdoganato, essere Riffblast oggi è quasi più divertente che difficile, ci sono stati anni in cui sono stato attaccato duramente per il mio lavoro, ma ho sempre motivato le mie scelte con risposte intelligenti che hanno placato gli animi, dove purtroppo non arrivi te la sfanghi sostenendo che l’arte è libera.

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GIADA MONTOMOLI

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Giada Montomoli, classe 1986, è un’artista visiva poliedrica di origine colombiana e italiana. Lavora ai suoi progetti per privati o aziende nel suo studio YeyaeFont nel quartiere di Acquabella a Milano, tiene un workshop all’istituto europeo di design – dove insegna un metodo alternativo di ricerca per concept. Predilige l’uso del tessuto come mezzo di comunicazione, sintetizzando quello che vede in simboli. Lo stile è diretto e onesto, fortemente legato alle sue origini, alla sua passione per l’antropologia culturale e la sessualità.

Alcuni dei suoi progetti più importanti Something blue, Arpilleras, Macro pieces ..

Come definiresti il tuo stile?

Di Pancia. Troppa ricerca e troppi ragionamenti mi tolgono l’emozione che mi provoca un nuovo progetto. Sono agitata, sono impulsiva e i miei lavori sono così, non sono né leccatini, né perfetti.  Sono semplicemente sinceri.

Cos’è per te la personalizzazione?

È uno dei modi migliori per esprimere sé stessi. La moda ha sempre preso ispirazione dai capi personalizzati dei movimenti underground, nella musica come nell’arte. Vivere un capo e renderlo manifesto di quello che vuoi dire è qualcosa che non si crea a tavolino in un ufficio stile.

Vivere un capo e renderlo manifesto di quello che vuoi dire...

A che cosa ti sei ispirata per la customizzazione della Jumpsuit?

Alla natura che si impadronisce della città. Abiti da lavoro che diventano parte di un paesaggio naturale in un futuro alternativo.

Come l’hai realizzata?

Come ogni volta che lavoro con il tessuto, appendo il tutto su una delle travi del mio studio, butto per terra tutti miei scampoli e scarti e monto sul mio scaleo, inizio cosi a immaginare come il tessuto può adattarsi e arrampicarsi sopra, forme che nascono sempre dai suggerimenti che ogni pezzo già mi comunica. Poi colla e tanto olio di polso, si cuce tutto tendenzialmente a mano.

Come approcci un nuovo progetto? Qual è il tuo modus operandi?

Dipende tutto dal materiale che sto usando, per il tessuto lascio che sia lui a parlarmi e a muoversi. Le illustrazioni invece sono sempre messaggere di un concetto forte e spesso anche scomodo: poche linee, dettagli limitati e molta sintesi nel creare un simbolo che senza parole e fronzoli ti racconti un mondo e alle volte ti faccia fare pure un sorriso di sbieco.

Qual è la superficie su cui prediligi lavorare?

Il tessuto. Un giorno può comportarsi in un modo e il giorno dopo muoversi in un altro, non dura per sempre e le persone hanno un forte senso di familiarità davanti ad un’opera fatta in tessuto.

Hai un passato nel mondo dei graffiti e della street art. Quanto c’è di quel background nei tuoi progetti attuali?

I graffiti mi hanno dato molto anche se penso che ero un po’ troppo legata al raggiungimento di certe regole stilistiche che negli anni ho capito che non avrebbero mai parlato di Me. Mi ha lasciato la strada. Ok può sembrare un concetto generico, ma io intendo il guardare cosa succede fuori, le strade dimenticate, i segni sui palazzi e i suoi odori.

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ALESSIO BRUNO POMIOLI

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Sono Alessio Bruno Pomioli, vengo da un piccolo paesino delle Marche. Oggi come consulente di Direzione Artistica e Marketing mi dedico a diversi progetti, più o meno conosciuti. Uno di questi è “Born Romantic Milano” del quale curo la parte stilistica del ramo apparel.

“Born Romantic Milano” nasce poco più di un anno fa come un invito alla città di Milano ad alzare la testa e riprendere possesso delle proprie identità piuttosto che rimanere chini sui social, dediti ad un’ossessiva consultazione delle vite altrui. Il logo della rosa morta è un simbolismo che richiama al concetto appena citato. L’essere romantici è inteso come un approccio alla vita, alle relazioni, alla consapevolezza di sé stessi e di ciò che ci circonda, è un concetto di rispetto e ammirazione.


Come definiresti il tuo stile?

Wow, bella domanda, ogni mattina mi sembra di svegliarmi in maniera completamente differente dal giorno prima e da quello prima ancora! Alcune volte mi chiedo cos’ho che non va! È come se il mio stile fosse in continua mutazione, fluido. Poi, però, guardando tutti i tasselli messi insieme nel corso degli anni e dei progetti che ho sviluppato, mi rendo conto che ogni cosa si lega perfettamente l’una con l’altra. Cerco sempre di indagare dentro me stesso per trovare un mini me che abbia le idee chiare su chi è e su cosa lo identifica al 100%. È un continuo giocare a guardia e ladri, appena trovo una cosa di me che mi piace e mi convince, finisce sempre per cambiare nuovamente.

Cos’è per te la personalizzazione?

Il custom è lasciare un po’ di sé in qualcosa, come in un horcrux.

Il custom è lasciare un po’ di sé in qualcosa, come in un horcrux.

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

In questo periodo sono ammirato da pattern e minimalismo, sembra un po’ una dicotomia ma trovo molta poesia nella semplicità dei colori “basici” come il navy, il khaki o il desert. Trovo stimolante e interessante infastidirli con qualche pattern disturbante. Ecco spiegata la scelta di tante roselline declinate in diverse dimensioni, per creare un ‘romanticissimo’ camouflage.

Come l’hai realizzata?

Ho rubato la tecnica dalla strada, bomboletta spray e mano ferma.

Qual è la tua formazione? Creativi si nasce o lo si può diventare?

La mia formazione più grande nella manualità e nella sperimentazione stilistica viene sicuramente dalla mia famiglia. A partire dai miei nonni, sarti e pittori, passando per i miei genitori, mamma designer e papà creativo a tutto tondo, per chiudere con mia sorella, partner in crime di molti progetti.

Una menzione speciale tra le persone che contribuiscono ad ispirarmi ogni giorno, va a mia moglie, grande appassionata di arte e scrittura, nonché musa di molti miei progetti.

Sicuramente creativi si nasce, ma la curiosità e la fame per la novità sono condizioni essenziali per alimentare la propria vena creativa. Tutto sommato però non saprei con precisione cosa voglia dire essere creativi, se ci pensiamo bene anche un matematico è creativo a modo suo, non è forse così? 

Hai una personalità vulcanica e carismatica, sei dentro mille situazioni e a noi hai trasmesso subito energia e positività, con quel pizzico di improvvisazione che non deve mai mancare.Come riesci a conciliare tutto quello che fai?

Intanto grazie per i complimenti. Poi per quanto riguarda il mio segreto, è semplice: Fai ciò che ti piace fare!

Parlaci di Born Romantic. Che cos’è di preciso, un brand o una filosofia?

Come già accennato, è un concetto di “rispetto” verso sé stessi, gli altri e anche verso il pianeta. Nasce come un manifesto, senza la pretesa di essere bello, ma solo di essere letto. L’idea dell’artista di ricoprire Milano con scritte e rose, offre la possibilità a tutti di incontrarlo, e dar loro modo di sorridere, di fregarsene o di sminuire il messaggio. Si contano centinaia di tag e alcuni di questi ri-vandalizzati con scritte offensive, ma fa parte del gioco. Il bello è che in tutto questo lo scopo di arrivare a quante più persone possibili è riuscito, siano essi lovers o haters, almeno abbiamo smosso gli animi. Amiamo le persone, anche se non ricambiati, ci piacciono differenti punti di vista, troviamo stimolante poter stimolare. Da circa un anno mi sto occupando della creazione dei capi di abbigliamento per Born Romantic Milano e devo dire che ho ricevuto un ottimo feedback sia da parte dei clienti che dai membri del team che segue il progetto. Questo non può che rendermi molto felice ed orgoglioso.   

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SOLOMOSTRY

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Solomostry si laurea in Graphic design nel 2012. Vive e lavora a Milano.
Solomostry possiamo dire essere un artista poliedrico – che spazia dalla serigrafia al muralismo, dalla pittura all’installazione – ed è proprio per merito della sua essenza eclettica che intorno al 2007 – e grazie all’incontro con alcune realtà techno/clubbing presenti nella capitale lombarda – si allontana dai graffiti e plasma nuovi soggetti, i suoi soggetti: i Mostri.
La ricerca di Solomostry è caratterizzata da una linea compositiva spezzata che si protrae a comporre entità geometriche espressive, rivelanti di violente emozioni. Si tratta di maschere mostruose interpreti delle impressioni, delle trepidazioni, delle inquietudini, degli eccessi, presenti nella vita di tutti i giorni. Il marcato outline costruisce e distrugge al tempo stesso. Le dure linee squarciano la superficie e segnano spazi entro cui giocano colori vivi e piatti, ormai tipici di Solomostry.
Solomostry è rappresentato in Italia dalla galleria Lunetta 11, in Svizzera da Kolly gallery e a Parigi da Cohle gallery.
Ha collaborato con diversi brand sia italiani che stranieri rapportandosi a differenti media e i suoi lavori sono visibili in diverse parti del mondo.

Come definiresti il tuo stile?

Ho sempre cercato di esprimere i miei sentimenti in maniera pura e consona all’ ambiente in cui li mettevo.
L’elemento di esplorazione principale del mio lavoro è la linea e l’impatto, attirare l’attenzione di chi guarda.
La linea, nei graffiti è ciò che ti permette di costruire una tag, ovvero il tuo nome, la tua identità.
La linea che costruisce la tag è lo scheletro del tuo graffito, lo scheletro di quello che fai vedere al mondo, di quello che metti in strada.
Per questo la ricerca deve essere improntata sull’impatto, devono riuscirti a vedere da molto lontano, in strada ci sono un sacco di distrazioni, ma tu devi spiccare su tutti, o non ce la puoi fare.
Per riuscire in tutto questo sono sempre alla ricerca di nuove tecniche e materiali su cui sperimentare.

La linea che costruisce la tag è lo scheletro del tuo graffito, ovvero il tuo nome, la tua identità.

Cos’è per te la personalizzazione?

La personalizzazione per me è il distinguersi dalla massa ed essere unico.
Questa ricerca di unicità si riflette sulle capsule che vado a creare in limited edition, customizzando qualunque tipo di media mi si presenta davanti.
Rapportarmi con materiali diversi è una continua sfida a creare qualcosa di nuovo ed unico.

Quanto ami Milano e cos’ha in più delle altre città?

Milano è la mia città natale, ho vissuto in altre città in passato, come Barcellona e Berlino, e ne ho girate altre tante per lavoro, ma Milano mi richiama sempre a se. Milano sono i miei amici e i miei affetti e ancora di più il mio quartiere, la mia zona di cui vado molto fiero e che cerco nel mio piccolo di portare avanti.

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

Su questo progetto abbiamo lavorato a 4 mani, perchè in SOLOMOSTRY oltre all’artista, c’è un team dietro che crede e supporta ogni progetto, dalle installazioni, alle customizzazioni fino ad arrivare alle edizioni limitate che facciamo uscire.
Quindi direi che l’ispirazione principale è stata l’appartenenza ad un gruppo, il fare parte della stessa bandiera e speriamo che chi indosserà questo capo si sentirà parte integrante di quello che portiamo avanti tutti i giorni.

Come l’hai realizzata?

È stata realizzata completamente a mano in serigrafia.

C’è una tecnica che prediligi in particolare tra quelle che utilizzi nei tuoi lavori?

La produzione solomostry è suddivisa in tante aree, dalla pittura su tela, all’installazione con diversi materiali, alla serigrafia per il custom di abbigliamento, e ultimamente alla ceramica.
Nella pittura prediligo strumenti che mi permettano di avere un tratto d’impatto, come pennelli, spray, ma il mio preferito rimane lo spruzzino da giardinaggio a pressione caricato a vernice.
La serigrafia è un altra tecnica che amo molto, perché mi permette di replicare in serie le grafiche su diversi materiali come la stoffa, la carta, il legno e tutto quello che riesco a stampare.
Negli ultimi due anni ho ripreso ad utilizzare la ceramica e al momento è la tecnica che mi intriga di più, perché non ho ancora il controllo totale, e quindi mi presenta sempre nuovi problemi, che una volta risolti mi generano grande soddisfazione.


Come nasce un Mostro?

All’inizio i soggetti dei miei lavori erano Mostri, almeno io li chiamavo cosi,
erano entità che si impossessavano del nostro IO interiore e ci incoraggiavano a fare cose di cui eravamo spaventati.
Erano sentimenti potenti e inarrestabili, impattanti, sentimenti puri che rappresentavano l’animo di chi si sente giovane e ribelle.
Erano tutti diversi, ma tutti uniti verso un unico scopo, accompagnare e avvolgere lo spettatore donandogli una forza sconosciuta che lo faceva sentire invincibile e pronto ad affrontare quello che gli aspettava dal suo cammino.
Crescendo, il tempo ci mette davanti a svariate situazioni, che ci portano ad affrontare i nostri sentimenti in maniera più contenuta e sistematica,
ci costruiamo armature fatte di svariate emozioni, per essere pronti in ogni situazione a non far capire quello che è il nostro vero IO.


Dove sogni di vedere un giorno esposti i tuoi Mostri?

Sono soddisfatto del percorso fatto fino ad ora, ho già portato i mostri in diverse parti del mondo, quindi in realtà più che sognare di portarli in un posto specifico, spero che i miei mostri continueranno a portarmi sempre più lontano.

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