MODELLO: MGB GT
ANNO: 1971
COLORE: BRITISH RACING GREEN
 

Ricevo una foto su whatsapp.

La apro: è una bellissima Gt della MG, un’auto che ha fatto sognare in tantissimi, soprattutto gli americani, una delle auto inglesi sportive più vendute di tutti i tempi, chiaramente derivata dalla versione aperta ma abilmente ridisegnata da Pininfarina. Il risultato è un mix impareggiabile tra eleganza formale, sportività e un’estetica da auto pratica. The real Italian (design) Job!

Ma torniamo alla richiesta del cliente!

Mi racconta che l’auto è in famiglia da 39 anni, è stata riverniciata nel 1990, ma gli interni sono illibati. Infatti non è mai stata ritappezzata, trovo tutto egregiamente conservato, anche a livello di polvere e macchie sedimentate!

La richiesta pare chiara. “Marcello puoi dai una rinfrescata?  La risposta è altrettanto decisa: “Of course, I can!”

 Amo trattare auto conservate che non hanno subito pasticci, tipo riverniciature sommarie o lavori di tappezzeria con cuciture sbilenche. È una grande occasione per entrare a contatto con la storia e…con l’originalità! Chi dice che la macchina del tempo non esiste si sbaglia di grosso!

Quindi ci siamo, l’appuntamento è fissato. L’auto arriva in una giornata di nebbia impenetrabile, i fari alogeni in lontananza sembrano le torce di un esploratore nella brughiera di via Gallarate, il rombetto sportivo la anticipa.

Che charme, all’improvviso mi sento catapultato sul set di “The Crown” durante la scena di una battuta di caccia tra snob.

La faccio accomodare al caldo, nel porto sicuro di Haute Detailing, e inizio la mia ispezione.

La carrozzeria nonostante le riverniciature degli anni ’90, denuncia tutta la sua età e la sua austerità a livello di costruzione. “Sorry, we are English!”

La missione di questo Detailing è ripristinare l’interno e togliere alcune macchie sulla carrozzeria.

Giorno 1

Posizionata l’auto, apro gli sportelli, mi siedo al posto del conducente e inizio un’ ispezione con luce a led, l’auto è molto vissuta ma molto affascinante , ha un sapore vintage che solo le inglesi possono avere.

È un trionfo di pelle in tutto l’abitacolo, dai sedili all’ebanistica (pannelli e parte della plancia)

Macchie di tutti i generi, da grasso a fango, un vero e proprio campionario di vita e bei viaggi, I lllove it!

La soluzione non è immediata, devo riflettere, intanto continuo l’ispezione delle altre parti. La moquette attira la mia attenzione: puntato il led sotto i sedili, gli anni si vedono e si sentono anche col naso. Bene, inizierò da lei. Alzo i sedili, via i tappeti e inizio l’aspirazione: soffiatore per liberare la plancia da detriti e polvere, compressore per le parti basse, sedili, vano pedali, bagagliaio; tutto viene aspirate più volte, il lavoro durerà complessivamente quasi tre ore, un record assoluto!

A fine il lavoro l’auto comincia a cambiare il suo odore.

Ora tocca ai tappeti e alla moquette interna: veloce aspirata e attacco subito l’estrattore, che spruzza acqua tiepida e subito la riassorbe portando via lo sporco.

Gli ingredienti sono acqua tiepida e nessun detergente, data l’età della moquette e il vago colore verde sbiadito ho paura che un tensioattivo chimico sia troppo aggressivo e sbiadisca ulteriormente la tappezzeria. Quindi metto nell’acqua solo un po’di fiele di bue, un ottimo smacchiatore naturale.

Anche il lavaggio porta via più di tre ore e la giornata è praticamente finita, rimetto a posto gli attrezzi e lascio aperte le porte dell’auto per far asciugare bene la moquette.

Giorno 2

È mattino presto, bevo il caffè e controllo la moquette, è perfettamente asciugata grazie alla ventilazione ad aria dello studio: prendo una spazzola giapponese e la pettino nel suo verso, bella e impeccabile!

Ora è il momento della pelle, la analizzo con una grossa lente e noto subito una certa di lucidità dei sedili, che è tipica delle vecchie pelli soprattutto se sono state trattate involontariamente con dei pulitori siliconici o a base di paraffina (la famosa crema Nivea, deleteria). Un altro problema rilevato è quello delle macchie diffuse in tutta il tunnel e il bracciolo e pannelli.

Purtroppo la classica pulizia a pennello e schiumogeno naturale risulta poco efficace. Non mi arrendo, provo allora a tamponare prima dell’insaponatura con una microfibra umida e calda ogni macchia prima di applicare il detergente. Sembra funzionare, ma purtroppo questo metodo è  molto time consuming.

Il resto della giornata è dedicato al vero e proprio Detailing,

Ovvero la minuziosa pulizia di ogni piccolo componente, dalle bocchette dell’aria a vari pulsanti e leve.

Sono le 21.00, è ora di staccare.

Giorno 3

L’interno è stato riportato ad un livello estetico di assoluta bellezza, ora è tempo di dedicarsi all’esterno: la richiesta del cliente non è la classica lucidatura, ma semplicemente un intervento topico per togliere le macchie diffuse sul cofano.

Lavo l’auto con un detergente enzimatico e due grosse microfibre super assorbenti, nel fare il lavoro mi accorgo che la verniciatura rifatta negli anni ‘90 presenta qualche crepa, soprattutto nelle parti laterali della carrozzeria e sotto le portiere dove inizia a fiorire la ruggine. La cautela è d’obbligo. Le auto di una certa età sono creature fragili, non dovrebbero mai essere messe sotto le spazzole, nè tantomeno essere lavate con idropulitrice (solo a pensarlo mi corre un brivido lungo la schiena).

Spatolo i giroporta e paraurti cromati e metto l’auto in camera di lucidatura. Vedo subito che è uno smalto diretto. Una vernice cosi fragile spesso fa a pugni con le lucidatrici pesanti e molto vibranti, quindi scelgo di togliere le macchie con una lucidatrice più piccola.

Bene, lucidatura e smacchiatura effettuata, passo una leggera inceratura con cera liquida et voilà!

Concludo con i vetri, che pulisco rigorosamente con un prodotto privo di ammoniaca e varie microfibre dedicate, una lucidatura veloce alle cromature più in evidenza e l’auto è pronta .

Faccio qualche passo indietro per osservare l’insieme del lavoro fatto, l’auto appare curata e più lucida ma non un lucido chimico o americaneggiante fatto di siliconi violenti e nerogomme lucidi come pece. Qui non c’e spazio per cere all’odore di amarena, questo è un English Detailing che sa di Barbour e caccia alla volpe, fatto di prudenza, tradizione e tanta tanta manualità, quindi God save the MG!

That’s all Folks!

XOXO Marci     

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Nel linguaggio informatico, un hub (letteralmente fulcro, elemento centrale) non è altro che un concentratore, un dispositivo che funge da nodo di smistamento di una rete di comunicazione dati organizzata. Insomma, si tratta di una scatoletta in grado di connettere più computer tra loro creando così una rete.
Garage Italia Hub nasce proprio con l’intenzione di creare una rete sempre più ampia per condividere con voi nuove idee, progetti e contenuti digitali.
Da qui l’idea di creare una piattaforma che sia il centro della nostra creatività… ma anche della vostra.

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DAVIDE PERELLA

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Davide Perella – Sono nato nel 1991 a Cagliari e ho sempre avuto una grande passione per il mondo della moda e del digital. Spendevo ore ed ore a creare le presentazioni Power Point su Photoshop e dopo il diploma decisi quindi di trasferirmi a Firenze per studiare grafica e comunicazione visiva.

Dopo aver terminato gli studi e una piccola parentesi newyorkese, mi sono trasferito a Milano dove ho avuto la possibilità di lavorare e collaborare con brand come Moschino, Nike, Neil Barrett e Alberta Ferretti.

Come definiresti il tuo stile?

Il mio stile è sicuramente influenzato dallo streetwear e dell’alta moda. Mi piace mixare diversi elementi per creare prodotti inediti spesso con un pizzico di ironia.

Cos’è per te la personalizzazione?

Trasferire la tua visione di stile su un oggetto o un capo, così da renderlo unico attraverso la tua impronta personale.

Trasferire la tua visione di stile su un oggetto...

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

La mia passione per Nike e per lo swoosh è sicuramente la protagonista di questa personalizzazione, ma ho voluto creare uno slogan per rafforzare ancora di più il design, quale se non “Fuck 2020”, espressione che sono sicuro troverà d’accordo una grande percentuale di persone.

Come l’hai realizzata?

Dopo aver digitalizzato l’idea e posizionato tutti i ricami sulla tuta mi sono affidato a un piccolo ricamificio in Sardegna che, sotto la mia stretta supervisione, ha fedelmente ricreato il mio prototipo virtuale.

Come nasce la tua sana ossessione verso lo Swoosh? Qual è il valore aggiunto di questo logo rispetto ad altri?

Nacque tutto all’università quando il mio professore mi chiese di disegnare alla lavagna l’iconico logo. Nel 2017 ho avuto la possibilità di collaborare per la prima volta con Nike, ho creato delle installazioni all’interno del NikeLab di Milano e dei video che “bombardavano” di immagini le vetrine. Il valore aggiunto? Trovo che la sua silhouette si presti tantissimo a livello grafico, soprattutto per la sua immediata riconoscibilità.

Negli ultimi due anni abbiamo assistito ad un vero e proprio boom di collaborazioni tra maison di lusso e brand streetwear. Qual è l’esempio di contaminazione più riuscito secondo te? E quello che vorresti vedere?

Penso che una delle collaborazioni più riuscite di quest’anno e che ha creato più hype sia stata tra Dior e Jordan. Le Air Jordan 1 con l’iconico monogram sono state e sono ancora l’oggetto del desiderio del 2020 per molti sneakerhead.

Sono un fanatico di scarpe ma anche di accessori, le borse stanno diventando un must-have anche tra gli uomini, mi piacerebbe vedere delle borse in chiave streetwear, credo si possa fare ancora molto.

Sognare non costa nulla, anzi dicono faccia bene. Un brand di cui vorresti essere creative director.

Ovviamente Nike, ma non nego che il mio sogno è quello di creare un mio brand.

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SOLOMOSTRY

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Solomostry si laurea in Graphic design nel 2012. Vive e lavora a Milano.
Solomostry possiamo dire essere un artista poliedrico – che spazia dalla serigrafia al muralismo, dalla pittura all’installazione – ed è proprio per merito della sua essenza eclettica che intorno al 2007 – e grazie all’incontro con alcune realtà techno/clubbing presenti nella capitale lombarda – si allontana dai graffiti e plasma nuovi soggetti, i suoi soggetti: i Mostri.
La ricerca di Solomostry è caratterizzata da una linea compositiva spezzata che si protrae a comporre entità geometriche espressive, rivelanti di violente emozioni. Si tratta di maschere mostruose interpreti delle impressioni, delle trepidazioni, delle inquietudini, degli eccessi, presenti nella vita di tutti i giorni. Il marcato outline costruisce e distrugge al tempo stesso. Le dure linee squarciano la superficie e segnano spazi entro cui giocano colori vivi e piatti, ormai tipici di Solomostry.
Solomostry è rappresentato in Italia dalla galleria Lunetta 11, in Svizzera da Kolly gallery e a Parigi da Cohle gallery.
Ha collaborato con diversi brand sia italiani che stranieri rapportandosi a differenti media e i suoi lavori sono visibili in diverse parti del mondo.

Come definiresti il tuo stile?

Ho sempre cercato di esprimere i miei sentimenti in maniera pura e consona all’ ambiente in cui li mettevo.
L’elemento di esplorazione principale del mio lavoro è la linea e l’impatto, attirare l’attenzione di chi guarda.
La linea, nei graffiti è ciò che ti permette di costruire una tag, ovvero il tuo nome, la tua identità.
La linea che costruisce la tag è lo scheletro del tuo graffito, lo scheletro di quello che fai vedere al mondo, di quello che metti in strada.
Per questo la ricerca deve essere improntata sull’impatto, devono riuscirti a vedere da molto lontano, in strada ci sono un sacco di distrazioni, ma tu devi spiccare su tutti, o non ce la puoi fare.
Per riuscire in tutto questo sono sempre alla ricerca di nuove tecniche e materiali su cui sperimentare.

La linea che costruisce la tag è lo scheletro del tuo graffito, ovvero il tuo nome, la tua identità.

Cos’è per te la personalizzazione?

La personalizzazione per me è il distinguersi dalla massa ed essere unico.
Questa ricerca di unicità si riflette sulle capsule che vado a creare in limited edition, customizzando qualunque tipo di media mi si presenta davanti.
Rapportarmi con materiali diversi è una continua sfida a creare qualcosa di nuovo ed unico.

Quanto ami Milano e cos’ha in più delle altre città?

Milano è la mia città natale, ho vissuto in altre città in passato, come Barcellona e Berlino, e ne ho girate altre tante per lavoro, ma Milano mi richiama sempre a se. Milano sono i miei amici e i miei affetti e ancora di più il mio quartiere, la mia zona di cui vado molto fiero e che cerco nel mio piccolo di portare avanti.

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

Su questo progetto abbiamo lavorato a 4 mani, perchè in SOLOMOSTRY oltre all’artista, c’è un team dietro che crede e supporta ogni progetto, dalle installazioni, alle customizzazioni fino ad arrivare alle edizioni limitate che facciamo uscire.
Quindi direi che l’ispirazione principale è stata l’appartenenza ad un gruppo, il fare parte della stessa bandiera e speriamo che chi indosserà questo capo si sentirà parte integrante di quello che portiamo avanti tutti i giorni.

Come l’hai realizzata?

È stata realizzata completamente a mano in serigrafia.

C’è una tecnica che prediligi in particolare tra quelle che utilizzi nei tuoi lavori?

La produzione solomostry è suddivisa in tante aree, dalla pittura su tela, all’installazione con diversi materiali, alla serigrafia per il custom di abbigliamento, e ultimamente alla ceramica.
Nella pittura prediligo strumenti che mi permettano di avere un tratto d’impatto, come pennelli, spray, ma il mio preferito rimane lo spruzzino da giardinaggio a pressione caricato a vernice.
La serigrafia è un altra tecnica che amo molto, perché mi permette di replicare in serie le grafiche su diversi materiali come la stoffa, la carta, il legno e tutto quello che riesco a stampare.
Negli ultimi due anni ho ripreso ad utilizzare la ceramica e al momento è la tecnica che mi intriga di più, perché non ho ancora il controllo totale, e quindi mi presenta sempre nuovi problemi, che una volta risolti mi generano grande soddisfazione.


Come nasce un Mostro?

All’inizio i soggetti dei miei lavori erano Mostri, almeno io li chiamavo cosi,
erano entità che si impossessavano del nostro IO interiore e ci incoraggiavano a fare cose di cui eravamo spaventati.
Erano sentimenti potenti e inarrestabili, impattanti, sentimenti puri che rappresentavano l’animo di chi si sente giovane e ribelle.
Erano tutti diversi, ma tutti uniti verso un unico scopo, accompagnare e avvolgere lo spettatore donandogli una forza sconosciuta che lo faceva sentire invincibile e pronto ad affrontare quello che gli aspettava dal suo cammino.
Crescendo, il tempo ci mette davanti a svariate situazioni, che ci portano ad affrontare i nostri sentimenti in maniera più contenuta e sistematica,
ci costruiamo armature fatte di svariate emozioni, per essere pronti in ogni situazione a non far capire quello che è il nostro vero IO.


Dove sogni di vedere un giorno esposti i tuoi Mostri?

Sono soddisfatto del percorso fatto fino ad ora, ho già portato i mostri in diverse parti del mondo, quindi in realtà più che sognare di portarli in un posto specifico, spero che i miei mostri continueranno a portarmi sempre più lontano.

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SANGI

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Sono Pietro, ma quando lavoro mi chiamano Sangi, come il quartiere di Milano in cui sono nato e cresciuto. Luogo di ritrovo con gli amici e fonte costante di ispirazione per la mia ricerca estetica, che parte dalla funzionalità quotidiana.    

Le sneaker e il focus sull’innovazione nel footwear design aprono le porte di un mondo più ampio, quello di una moda in costante evoluzione e che si adatta a nuove necessità.

Come definiresti il tuo stile?

Estetica e funzionalità. Il design racconta attraverso forme, proporzioni, materiali e colori la tendenza umana a trovare soluzioni pratiche ed efficaci.

Cos’è per te la personalizzazione?

L’occasione per trasformare un oggetto secondo la tua visione e il tuo gusto. Personalizzare è poter conferire ad un oggetto, qualunque esso sia, un valore aggiunto che rappresenti pienamente il proprio stile. Personalizzare non vuol dire stravolgere, ma lasciare il segno.

Personalizzare non vuol dire stravolgere, ma lasciare il segno.

Quanto ami Milano e cos’ha in più delle altre città?

Sono innamorato della mia città! A partire dal contrasto di passato e futuro, evidente anche solo dall’alternarsi di palazzi storici e grattacieli moderni, che formano un presente ricco di realtà e di persone che fanno della creatività il punto di forza di una città sempre al lavoro.

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

La Jumpsuit nasce come abbigliamento da lavoro per poi diventare un capo fashion da indossare in qualsiasi occasione. Riportandola alle sue origini, ho lavorato per renderla il capo d’abbigliamento ideale per il designer del 2020. Tradizione e innovazione coesistono per valorizzare le pratiche manuali e supportarle con la tecnologia. Possiamo essere tutti designer con una matita o con un clic.

Come l’hai realizzata?

Ho realizzato la Jumpsuit nel mio garage, che ho allestito come laboratorio. Lì ho la macchina da cucire e tutti gli strumenti per lavorare a miei progetti. Negli ultimi anni ho accumulato diverse componenti per realizzare calzature e abbigliamento. Le restrizioni dell’ultimo periodo e la scarsa reperibilità di ulteriori risorse, ha fatto sì che utilizzassi materiali di cui ero già in possesso, dandogli nuova vita.

Sappiamo che le sneaker sono il tuo forte. Quando nasce questa passione?

La mia passione per le sneaker nasce quando frequentavo le scuole medie. Il primo approccio è stato verso una Jordan, ovviamente! Da lì ho approfondito sempre di più, scavando alla ricerca dei modelli più iconici, particolari e rivoluzionari.

Con la mia pagina Instagram ho voluto puntare un faro su questo mondo: mostrando la mia ricerca attraverso un archivio digitale ho avuto l’opportunità di interfacciarmi con diversi addetti ai lavori.

Qual è la tua preferita tra quelle che hai già e quella che vorresti avere un giorno? 

La mia sneaker preferita in assoluto è la Reebok – Instapump Fury, che racchiude tutto quello che cerco in una scarpa. Un modello che dopo più di 30 anni rimane avveneristico. Ne possiedo diverse, ma quella di cui vado più fiero è la collaborazione con Pyer Moss, Experiment 4 Fury Trail, pazzesca. Una scarpa in particolare che mi ha colpito e su cui vorrei mettere le mani sono le Porter x Takashi Murakami – BS 06R T.Z.

Com’è stato lavorare su un capo così diverso come la Jumpsuit?

Da sempre mi interesso, sono appassionato, e studio moda. Mi capita di lavorare a progetti sia di calzature che di abbigliamento! Partendo dalle scarpe, il mio sguardo sale e si interessa a tutto ciò che indossiamo.

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IGNORANCE1

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Il lavoro di Ignorance1 ruota attorno agli stili grafici che hanno caratterizzato la scena musicale rave degli anni ’80 e ’90. Gli elementi grafici moderni sono combinati a modelli e stili classici, in modo che gli artwork mantengano un mood vintage con quel tocco di contemporaneità unico.

La parola “ACID” è abbastanza ricorrente in molti dei suoi lavori. Questa particolare parola viene inserita in diversi contesti artistici ed esplorata in base ai diversi significati che può avere in quei contesti. L’acido è un sapore, una corrente musicale, un viaggio, uno stato emotivo. “Non triste ma non felice, JUST ACID” è una citazione che compare su alcune opere ed è solo un esempio dell’utilizzo del concetto per definire un particolare contesto emotivo con un pizzico di ironia.

Come definiresti il tuo stile?

Non triste, non felice, semplicemente acido.

Cos’è per te la personalizzazione?

La personalizzazione per me, nonostante possa sembrare banale, è rendere personale una qualsiasi cosa.

Nel mio caso mi diverte farlo in modo abbastanza “freestyle”, trattando l’oggetto o il capo come se fosse un foglio bianco.

Non triste, non felice,
semplicemente acido.

Quanto ami Milano e cos’ha in più delle altre città?

Con Milano ho un rapporto costante da anni di amore e odio, ma in fin dei conti non posso che esserle estremamente grato per le molte opportunità che concede dal punto di vista creativo e professionale. Una caratteristica che solo Milano possiede è quella dei luoghi nascosti che si continuano a scoprire ancora oggi dopo tanti anni.

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

Per customizzare la Jumpsuit ho voluto mixare il mio stile con il workwear nudo e crudo delle officine meccaniche.

Come l’hai realizzata?

Ho dapprima usato spray e marker per customizzare le patch: di alcune ho totalmente customizzato il back e di altre invece il front. Successivamente sono intervenuto direttamente sulla Jumpsuit disseminando frasi e messaggi.

I rip-off di loghi presi in prestito dal mondo delle corse sono tra i tuoi soggetti preferiti: Shell, Agip, Michelin e Pirelli per citarne alcuni. Hai una passione per l’universo automotive o semplicemente ti affascina la parte grafica di quei brand?

Le vecchie officine sono sempre state di grande ispirazione per me.

Con mio padre, grande appassionato di motori, ne ho viste tantissime fin da bambino e sono rimasto folgorato da tutto quel microcosmo di targhe vintage, calendari e merchandising dei brand dell’universo automotive.

L’anno scorso, durante una mia mostra, ho potuto realizzare anche uno dei miei rip-off su una vera targa.

Ancora oggi rimango affascinato dalle grafiche di questo settore e sembra incredibile il modo in cui si prestino tutte magnificamente ad essere stretchate e rielaborate.

Raccontaci come nasce uno di questi rip-off

Il primo rip off del mondo motori è stato quello del Bibendum di Michelin, a cui ho aggiunto una seconda testa triste accanto a quella sua classica sorridente. È stato un esperimento come tanti,  ma è stato subito molto apprezzato. Da lì è partito un po’ il mio claim “not sad not happy just acid”.

Il resto dei rip-off invece nascono di solito guardando la reference “ufficiale” e cercando di capire come possono inserirsi i codici grafici e i concept che uso solitamente, spesso tutto avviene in maniera molto spontanea e naturale.

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APJP

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APJP nasce nel 2018 da un’idea di Alberto Panocchi Joelle Pomioli, rispettivamente buyer e fashion designer.

Tutto è partito da un episodio, quando il pantalone preferito di Alberto si è rovinato dopo un lavaggio in lavatrice. Joelle ha avuto la brillante idea di farci un artwork in candeggina e il risultato è stato pazzesco. Da lì sono nate le basi dell’idea e del progetto APJP, ovvero ridare vita ad un capo che avesse già fatto il suo normale corso di “first hand”.

Sperimentando continuamente tecniche diverse, APJP mette a punto una serie di lavaggi e tinteggi che diventano subito molto riconoscibili ed apprezzati. Emerge fin da subito l’anima del progetto, che vuole dare una seconda vita ai capi e utilizzare prodotti e materiali di riuso, così da poter risparmiare nuove produzioni e di conseguenza ridurre l’inquinamento derivante dal fast fashion.

Il risultato è un pezzo unico e sempre diverso.

Come definiresti il tuo stile?

Lo stile del nostro progetto è unico, data la sua singolarità, ispirata dai vecchi capi workwear.

Ci piace chiamarlo “progetto” e non Brand perché lo interpretiamo più come una forma d’arte, un qualcosa di veramente sentito e mai forzato, senza linee guida, tendenze o limiti di alcun genere.

La prima volta di APJP è stata durante la Milano Design Week, in un cortile di Brera, circondati dall’affetto di amici e avventori spontanei.

É stato un live painting molto intenso, intimo ma allo stesso tempo molto spontaneo e naturale.

Da quel momento sono partite collaborazioni con realtà come Puma, Ac Milan e Converse.

Creatività, rendere pazzesca una cosa banale. Sempre pensata alla persona che dovrà indossarlo.

Cos’è per voi la personalizzazione?

Creatività, rendere pazzesca una cosa banale. Sempre pensata alla persona che dovrà indossarlo.

Quanto amate Milano e cos’ha in più delle altre città?

Tanto, tantissimo, a tal punto che questa primavera, in pieno lockdown, mi sono ripromesso che non l’avrei mai abbandonata. Milano è fantastica e offre un sacco di opportunità a chi le sa cogliere. Qui hai il giusto compromesso tra una metropoli che non si ferma mai e i ritmi più rilassati della vita di quartiere.

A che cosa vi siete ispirati per la customizzazione della Jumpsuit?

Come abbiamo detto le nostre performance non hanno né uno schema precostituito né una precisa divisione dei compiti. Può succedere di lavorare a quattro mani sullo stesso capo o in parallelo su due capi diversi. In questa occasione ognuno di noi ha lavorato alla “sua” tuta.

A: Io mi sono ispirato alle vecchie tute da lavoro, abbandonate per anni in magazzino

J: La mia è ispirata da una tipologia di stampa camouflage delle divise militari, alleggerita e stilizzata, riprodotta con una tecnica che abbiamo via via perfezionato.

Come l’avete realizzata?

Abbiamo entrambi cercato di dargli un’allure vissuto ed uno stile contemporaneo applicando della pittura.

Com’è lavorare in coppia?

Bisogna sempre riuscire a mantenere un equilibrio tra sfera personale e professionale, questo è il punto più difficile. Ad ogni modo APJP non sarebbe quello che è ad oggi se non ci fossimo entrambi: siamo un’unione di idee, stili e personalità.

Come vi preparate ad una delle vostre performance?

Il nostro segreto è quello di non prepararci. Sempre spontanei ed impulsivi.


APJP è solo upcycling o un domani potrà essere applicato sul “nuovo”?

Il progetto è nato per dare una seconda vita ad un vecchio capo e l’upcycling è un cardine della nostra identità, vorremmo sempre portare avanti questo concetto.

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SOLOMOSTRY

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Solomostry si laurea in Graphic design nel 2012. Vive e lavora a Milano.
Solomostry possiamo dire essere un artista poliedrico – che spazia dalla serigrafia al muralismo, dalla pittura all’installazione – ed è proprio per merito della sua essenza eclettica che intorno al 2007 – e grazie all’incontro con alcune realtà techno/clubbing presenti nella capitale lombarda – si allontana dai graffiti e plasma nuovi soggetti, i suoi