THE JUMPSUIT OF MILAN

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Garage Italia e nss magazine uniscono le forze per presentare The Jumpsuit of Milan, un progetto che fonde moda e automotive a supporto della nuova wave creativa di Milano.

In questo momento così particolare e incerto per tutti, crediamo sia fondamentale dare voce e spazio alla creatività dei nostri local creators, coloro che contribuiscono a rendere Milano quella che conosciamo. Siamo partiti da un’icona workwear come la tuta da lavoro, da sempre relegata all’interno di fabbriche e officine, oggi riscoperta dai grandi brand.

Abbiamo chiesto a 12 artisti legati alla città di Milano di reinterpretare questo capo come se fosse una tela bianca su cui esprimere il proprio stile e la propria idea di customizzazione. La Jumpsuit di Garage Italia è genderless ed essenziale proprio per poter essere completamente personalizzabile da chi la indossa e rappresenta perfettamente la sinergia tra Garage Italia ed nss magazine, co-ideatori del progetto. 

Per supportare il lavoro di questi giovani artisti, ogni capo è acquistabile sullo shop online di Garage Italia. 

Ogni Jumpsuit è un pezzo unico, realizzato con procedimenti artigianali e non industriali. Le piccole imperfezioni eventualmente presenti sono una caratteristica peculiare del prodotto e ne testimoniano la speciale manifattura artigianale.

THE ARTISTS:

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Nel linguaggio informatico, un hub (letteralmente fulcro, elemento centrale) non è altro che un concentratore, un dispositivo che funge da nodo di smistamento di una rete di comunicazione dati organizzata. Insomma, si tratta di una scatoletta in grado di connettere più computer tra loro creando così una rete.
Garage Italia Hub nasce proprio con l’intenzione di creare una rete sempre più ampia per condividere con voi nuove idee, progetti e contenuti digitali.
Da qui l’idea di creare una piattaforma che sia il centro della nostra creatività… ma anche della vostra.

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SANGI

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Sono Pietro, ma quando lavoro mi chiamano Sangi, come il quartiere di Milano in cui sono nato e cresciuto. Luogo di ritrovo con gli amici e fonte costante di ispirazione per la mia ricerca estetica, che parte dalla funzionalità quotidiana.    

Le sneaker e il focus sull’innovazione nel footwear design aprono le porte di un mondo più ampio, quello di una moda in costante evoluzione e che si adatta a nuove necessità.

Come definiresti il tuo stile?

Estetica e funzionalità. Il design racconta attraverso forme, proporzioni, materiali e colori la tendenza umana a trovare soluzioni pratiche ed efficaci.

Cos’è per te la personalizzazione?

L’occasione per trasformare un oggetto secondo la tua visione e il tuo gusto. Personalizzare è poter conferire ad un oggetto, qualunque esso sia, un valore aggiunto che rappresenti pienamente il proprio stile. Personalizzare non vuol dire stravolgere, ma lasciare il segno.

Personalizzare non vuol dire stravolgere, ma lasciare il segno.

Quanto ami Milano e cos’ha in più delle altre città?

Sono innamorato della mia città! A partire dal contrasto di passato e futuro, evidente anche solo dall’alternarsi di palazzi storici e grattacieli moderni, che formano un presente ricco di realtà e di persone che fanno della creatività il punto di forza di una città sempre al lavoro.

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

La Jumpsuit nasce come abbigliamento da lavoro per poi diventare un capo fashion da indossare in qualsiasi occasione. Riportandola alle sue origini, ho lavorato per renderla il capo d’abbigliamento ideale per il designer del 2020. Tradizione e innovazione coesistono per valorizzare le pratiche manuali e supportarle con la tecnologia. Possiamo essere tutti designer con una matita o con un clic.

Come l’hai realizzata?

Ho realizzato la Jumpsuit nel mio garage, che ho allestito come laboratorio. Lì ho la macchina da cucire e tutti gli strumenti per lavorare a miei progetti. Negli ultimi anni ho accumulato diverse componenti per realizzare calzature e abbigliamento. Le restrizioni dell’ultimo periodo e la scarsa reperibilità di ulteriori risorse, ha fatto sì che utilizzassi materiali di cui ero già in possesso, dandogli nuova vita.

Sappiamo che le sneaker sono il tuo forte. Quando nasce questa passione?

La mia passione per le sneaker nasce quando frequentavo le scuole medie. Il primo approccio è stato verso una Jordan, ovviamente! Da lì ho approfondito sempre di più, scavando alla ricerca dei modelli più iconici, particolari e rivoluzionari.

Con la mia pagina Instagram ho voluto puntare un faro su questo mondo: mostrando la mia ricerca attraverso un archivio digitale ho avuto l’opportunità di interfacciarmi con diversi addetti ai lavori.

Qual è la tua preferita tra quelle che hai già e quella che vorresti avere un giorno? 

La mia sneaker preferita in assoluto è la Reebok – Instapump Fury, che racchiude tutto quello che cerco in una scarpa. Un modello che dopo più di 30 anni rimane avveneristico. Ne possiedo diverse, ma quella di cui vado più fiero è la collaborazione con Pyer Moss, Experiment 4 Fury Trail, pazzesca. Una scarpa in particolare che mi ha colpito e su cui vorrei mettere le mani sono le Porter x Takashi Murakami – BS 06R T.Z.

Com’è stato lavorare su un capo così diverso come la Jumpsuit?

Da sempre mi interesso, sono appassionato, e studio moda. Mi capita di lavorare a progetti sia di calzature che di abbigliamento! Partendo dalle scarpe, il mio sguardo sale e si interessa a tutto ciò che indossiamo.

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IGNORANCE1

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Il lavoro di Ignorance1 ruota attorno agli stili grafici che hanno caratterizzato la scena musicale rave degli anni ’80 e ’90. Gli elementi grafici moderni sono combinati a modelli e stili classici, in modo che gli artwork mantengano un mood vintage con quel tocco di contemporaneità unico.

La parola “ACID” è abbastanza ricorrente in molti dei suoi lavori. Questa particolare parola viene inserita in diversi contesti artistici ed esplorata in base ai diversi significati che può avere in quei contesti. L’acido è un sapore, una corrente musicale, un viaggio, uno stato emotivo. “Non triste ma non felice, JUST ACID” è una citazione che compare su alcune opere ed è solo un esempio dell’utilizzo del concetto per definire un particolare contesto emotivo con un pizzico di ironia.

Come definiresti il tuo stile?

Non triste, non felice, semplicemente acido.

Cos’è per te la personalizzazione?

La personalizzazione per me, nonostante possa sembrare banale, è rendere personale una qualsiasi cosa.

Nel mio caso mi diverte farlo in modo abbastanza “freestyle”, trattando l’oggetto o il capo come se fosse un foglio bianco.

Non triste, non felice,
semplicemente acido.

Quanto ami Milano e cos’ha in più delle altre città?

Con Milano ho un rapporto costante da anni di amore e odio, ma in fin dei conti non posso che esserle estremamente grato per le molte opportunità che concede dal punto di vista creativo e professionale. Una caratteristica che solo Milano possiede è quella dei luoghi nascosti che si continuano a scoprire ancora oggi dopo tanti anni.

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

Per customizzare la Jumpsuit ho voluto mixare il mio stile con il workwear nudo e crudo delle officine meccaniche.

Come l’hai realizzata?

Ho dapprima usato spray e marker per customizzare le patch: di alcune ho totalmente customizzato il back e di altre invece il front. Successivamente sono intervenuto direttamente sulla Jumpsuit disseminando frasi e messaggi.

I rip-off di loghi presi in prestito dal mondo delle corse sono tra i tuoi soggetti preferiti: Shell, Agip, Michelin e Pirelli per citarne alcuni. Hai una passione per l’universo automotive o semplicemente ti affascina la parte grafica di quei brand?

Le vecchie officine sono sempre state di grande ispirazione per me.

Con mio padre, grande appassionato di motori, ne ho viste tantissime fin da bambino e sono rimasto folgorato da tutto quel microcosmo di targhe vintage, calendari e merchandising dei brand dell’universo automotive.

L’anno scorso, durante una mia mostra, ho potuto realizzare anche uno dei miei rip-off su una vera targa.

Ancora oggi rimango affascinato dalle grafiche di questo settore e sembra incredibile il modo in cui si prestino tutte magnificamente ad essere stretchate e rielaborate.

Raccontaci come nasce uno di questi rip-off

Il primo rip off del mondo motori è stato quello del Bibendum di Michelin, a cui ho aggiunto una seconda testa triste accanto a quella sua classica sorridente. È stato un esperimento come tanti,  ma è stato subito molto apprezzato. Da lì è partito un po’ il mio claim “not sad not happy just acid”.

Il resto dei rip-off invece nascono di solito guardando la reference “ufficiale” e cercando di capire come possono inserirsi i codici grafici e i concept che uso solitamente, spesso tutto avviene in maniera molto spontanea e naturale.

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DAVIDE PERELLA

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Davide Perella – Sono nato nel 1991 a Cagliari e ho sempre avuto una grande passione per il mondo della moda e del digital. Spendevo ore ed ore a creare le presentazioni Power Point su Photoshop e dopo il diploma decisi quindi di trasferirmi a Firenze per studiare grafica e comunicazione visiva.

Dopo aver terminato gli studi e una piccola parentesi newyorkese, mi sono trasferito a Milano dove ho avuto la possibilità di lavorare e collaborare con brand come Moschino, Nike, Neil Barrett e Alberta Ferretti.

Come definiresti il tuo stile?

Il mio stile è sicuramente influenzato dallo streetwear e dell’alta moda. Mi piace mixare diversi elementi per creare prodotti inediti spesso con un pizzico di ironia.

Cos’è per te la personalizzazione?

Trasferire la tua visione di stile su un oggetto o un capo, così da renderlo unico attraverso la tua impronta personale.

Trasferire la tua visione di stile su un oggetto...

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

La mia passione per Nike e per lo swoosh è sicuramente la protagonista di questa personalizzazione, ma ho voluto creare uno slogan per rafforzare ancora di più il design, quale se non “Fuck 2020”, espressione che sono sicuro troverà d’accordo una grande percentuale di persone.

Come l’hai realizzata?

Dopo aver digitalizzato l’idea e posizionato tutti i ricami sulla tuta mi sono affidato a un piccolo ricamificio in Sardegna che, sotto la mia stretta supervisione, ha fedelmente ricreato il mio prototipo virtuale.

Come nasce la tua sana ossessione verso lo Swoosh? Qual è il valore aggiunto di questo logo rispetto ad altri?

Nacque tutto all’università quando il mio professore mi chiese di disegnare alla lavagna l’iconico logo. Nel 2017 ho avuto la possibilità di collaborare per la prima volta con Nike, ho creato delle installazioni all’interno del NikeLab di Milano e dei video che “bombardavano” di immagini le vetrine. Il valore aggiunto? Trovo che la sua silhouette si presti tantissimo a livello grafico, soprattutto per la sua immediata riconoscibilità.

Negli ultimi due anni abbiamo assistito ad un vero e proprio boom di collaborazioni tra maison di lusso e brand streetwear. Qual è l’esempio di contaminazione più riuscito secondo te? E quello che vorresti vedere?

Penso che una delle collaborazioni più riuscite di quest’anno e che ha creato più hype sia stata tra Dior e Jordan. Le Air Jordan 1 con l’iconico monogram sono state e sono ancora l’oggetto del desiderio del 2020 per molti sneakerhead.

Sono un fanatico di scarpe ma anche di accessori, le borse stanno diventando un must-have anche tra gli uomini, mi piacerebbe vedere delle borse in chiave streetwear, credo si possa fare ancora molto.

Sognare non costa nulla, anzi dicono faccia bene. Un brand di cui vorresti essere creative director.

Ovviamente Nike, ma non nego che il mio sogno è quello di creare un mio brand.

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PATRICK EDUARDO

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Patrick Eduardo nasce il 23 agosto 1991 a Lipa City, nelle Filippine. Durante l’infanzia si trasferisce con la sua famiglia in Italia. Inizia gli studi a Milano e con il sostegno della musica e del disegno sviluppa presto la sua parte creativa. Si diploma in Graphic Design e completa gli studi presso l’Università di Rotterdam alla facoltà di Architettura di Interni moderni. In parallelo agli studi universitari, Patrick conosce ed esplora il mondo antico della calligrafia applicato al nuovo movimento artistico che stava nascendo in Olanda: “Calligraffiti”.

La fase sperimentale si conclude col suo ritorno in Italia, dove comprende che la calligrafia può essere produttiva per la sua carriera ed evolvendo il concetto di scrittura in arte. Questa diventa sempre di più una costante da legare ad altri aspetti artistici come il contrasto tra colori e materiali; il connubio tra oro e nero concede alle sue opere la massima aspirazione decorativa, rendendole fruibili in vari paesi europei come Francia, Germania e Russia fino al Medio Oriente, permettendogli di collaborare con vari brand e artisti in tutto il mondo.

Come definiresti il tuo stile?

Il mio stile si basa prettamente sulla calligrafia moderna che negli anni si è trasformata sempre più ad un astrattismo composto da segni ispirati all’arabo, il cirillico e il giapponese.

Cos’è per te la personalizzazione?

La personalizzazione per me è un metodo di comunicazione di forte impatto elevando un oggetto di uso comune a una vera e propria espressione artistica. Delle volte è anche una sfida, per capire se con la più semplice delle idee tu possa distinguere il tuo stile da quello di un altro.

...elevando un oggetto di uso comune a una vera e propria espressione artistica.

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

Mi sono ispirato fondamentalmente alle mie tele, ho voluto dare la mia impronta vedendo la jumpsuit come se fosse una tela bianca senza seguire la sinuosità del capo. Mi piacciono i tagli netti e i contrasti ed è per questo che la jumpsuit è tagliata a metà lasciando dall’altra parte il capo nella sua essenzialità.

Come l’hai realizzata?

Ho utilizzato per la base nera un acrilico nero e i dettagli d’oro sono composti da solventi e smalti che nel corso degli anni ho coniato come il mio oro personale.

Qual è la tua formazione e in che modo ha influenzato la tua arte?

Mi sono laureato in Architettura di interni moderni a Rotterdam, città che mi ha fatto scoprire un nuovo movimento artistico chiamato Calligraffiti. Proprio in quegli anni di studio nacque tutta la scena e studiando calligrafia anche a scuola è diventata da subita una vera e propria passione.

Stai sperimentando altre forme di calligrafia o intendi portare avanti questo tratto che oggi è tuo marchio di fabbrica?

Dal mio punto di vista l’arte nasce per continuare a crescere ed evolvere. Quindi sì, cercherò sempre di evolvere il mio stile ogni giorno che passa, tenendo sempre la calligrafia come punto di riferimento.

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NICOLETTA SARACCO

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Ho trent’anni, sono Marchigiana, di Civitanova Marche, e vivo a Milano da undici anni.

Dopo il Liceo Classico, a 19 anni, mi sono trasferita a Milano per frequentare il corso triennale di Fashion Design presso l’Istituto Marangoni e, dopo un master alla Creative Academy in Design and Applied Arts, ho iniziato il mio percorso lavorativo all’interno del mondo della moda, in Chloè, come shoes designer.

Il 10 giugno del 2019, a 29 anni, la mia vita viene stravolta da una diagnosi:

Tumore al seno metastatico.

Da quel giorno ho deciso di abbandonare il mondo della moda per concentrarmi su me stessa.

Questa nuova vita mi ha portata a creare un progetto, con il nome di NI.ART.GALLERY, che è diventato il mio nuovo lavoro. Racconto la mia storia e raccolgo fondi per la Fondazione IEO (Istituto Europeo di Oncologia) dove sono attualmente in cura.

Come definiresti il tuo stile?

L’aggettivo che assocerei al mio stile è “colorato”.

Il colore è il mezzo ed il messaggio che voglio far arrivare: la gioia di vivere.

Infatti, come dico dietro le mie creazioni, “non c’è cosa più bella di vivere a colori”.

Cos’è per te la personalizzazione?

A mio parere il concetto di personalizzazione rappresenta il processo di rendere unico un capo.

Con il termine AD-PERSONAM, quindi “solo per una persona”, si esprime appunto l’idea di unicità di un qualcosa personalizzato alla persona.

...il processo di rendere unico un capo

A che cosa ti sei ispirata per la customizzazione della Jumpsuit?

Ho voluto customizzare la jumpsuit con il simbolo del mio progetto, la Madonna.

Sono andata a ricamare la tuta per far incontrare, in maniera metaforica, l’universo di NI.ART con l’anima workwear di Garage Italia.

Come l’hai realizzata?

La realizzazione si è sviluppata in due fasi: il ricamo delle madonne ed il logo NI.ART.GALLERY sul retro. L’applicare degli strass termoadesivi sul colletto e a rifinire la patch ricamata.

Raccontaci la tua storia e come nasce Ni.Art.Gallery.

Il 10 Giugno 2019 è il giorno in cui mi viene comunicata la diagnosi di tumore al seno.

Uno shock.

Quel giorno rimarrà indelebile per il resto della mia vita. 

Ricordo di aver passato i due giorni successivi a piangere ininterrottamente, senza capire nulla di quello che stava accadendo, con un unico pensiero costante: la paura di morire. Una paura con cui ho dovuto imparare a convivere.

Questo perché la parola ‘tumore’ viene istintivamente associata alla morte. 

La prima cosa che ho fatto è stata quella di tagliare i capelli.

I capelli rappresentavano un altro problema, in quanto simbolo di femminilità.

A 29 anni, con una diagnosi di tumore e quindi una chemio da fare, sono corsa dal parrucchiere a tagliarli corti, con l’unica richiesta di donare i miei capelli per realizzare le parrucche per qualcuno nella mia stessa situazione.

All’improvviso mi sono ritrovata a passare le giornate tra analisi, Pet, Tac, visite, terapie, ed anche un intervento ai polmoni.

Dal mondo della moda, la mia nuova realtà era, ed è, lo IEO (Istituto Europeo di Oncologia) dove sono attualmente in cura.

Ad un anno dalla diagnosi, nel pieno delle cure, mi sono ritrovata a dipingere. 

Per puro caso, durante il primo lockdown, ho deciso di comprare un cavalletto, tele ed acrilici per tenermi impegnata.

Da un quadro ne è seguito un altro, poi un altro ed un altro ancora. Vedevo che piacevano ai miei amici, così ho pensato che sarebbe stato bello collegarlo alla mia storia e parlarne allo IEO.

È nato tutto per puro caso.

Il nome NI.ART.GALLERY, dove NI sta per Nicoletta, è stato deciso assieme ai miei amici.

Ho aperto la pagina Instagram e, attraverso l’aiuto e la partecipazione di tutti, tutto è iniziato.

In due giorni avevo venduto quindici quadri.

Tutto così inaspettato ma al tempo stesso entusiasta di fare un qualcosa di utile a me stessa ed agli altri.

Il simbolo-emblema del mio progetto è una Madonna, appositamente senza volto, per far si che ognuno la associ a ciò che ritiene più adatto.

NI.ART.GALLERY oggi è diventato un marchio registrato ed ha un sito, www.niartgallery.com, dove oltre ai quadri si possono acquistare felpe e t-shirt ricamate con il logo della Madonna.

 

Dipingere è sempre stato ‘nelle tue corde’ o hai improvvisamente scoperto di essere portata?

La vera passione per la pittura forse l’ho riscoperta ora!

Da piccola dipingevo, ma erano veramente tanti anni, forse quindici, che non lo facevo.

Ho sempre disegnato, anche per lavoro, ma la pittura era stata una cosa lasciata in disparte.

Le tecniche che utilizzo sono varie, solo acrilico, acrilico a colata e pennarelli, su tela.

Devo dire che per me è un modo per rilassarmi, mentre dipingo riesco a perdere la percezione del tempo e della realtà.

Con il tuo progetto stai facendo un importante lavoro di sensibilizzazione verso il tema della prevenzione. Cosa ti senti di consigliare alle tue coetanee?

Il mio scopo, e sogno, è quello di far arrivare attraverso il m io progetto un messaggio di energia, positività e sensibilizzazione al tema della prevenzione.

Ritengo che ad oggi noi giovani siamo poco informati riguardo certe patologie in generale, in particolare riguardo il tumore al seno.

È un tema importantissimo in quanto può colpire qualsiasi donna a qualsiasi età.

Io, a 29 anni, non avevo mai fatto un’ecografia al seno, non sapevo in cosa consistesse un’ago-biopsia o una Pet.

Il mio intento è raccontare la mia esperienza di vita per far sì che i giovani come me possano percepire l’importanza del prevenire piuttosto che curare.

È così bella la vita che dobbiamo sfruttarla e viverla sempre in tutte le sue sfaccettature. Ed è anche grazie alla prevenzione se è possibile sorridere alla vita.

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TETI

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Matteo Piccolo aka Teti, nasce a Milano nel 1987, ed è qui che continua a lavorare duro. Artista autodidatta inizia a sperimentare tra una pausa lavoro e l’altra, e senza accorgersene trasporta meticolosamente le sue azioni ripetitive di un lavoro alienante su tela, o su qualsiasi altro supporto si trovi davanti. A furia di far girare il rullo vengono fuori delle linee astratte o geometriche, a seconda di chi le guarda; lui le chiama Axonometry e diventeranno una presenza costante nelle sue opere. Quest’arte dell’improvvisazione lo porta a creare nuove serie artistiche fatte di materiali su e supporti diversi, come diverse sono le collaborazioni e le esposizioni che ormai lo coinvolgono dal 2009. Il suo unico punto fermo è questo: Work Hard, Always Smile.

Come definiresti il tuo stile?

Industriale ripetitivo.

Cos’è per te la personalizzazione?

Dare nuovo carattere, inventare e dare spazio a nuove idee

Nel mio caso mi diverte farlo in modo abbastanza “freestyle”, trattando l’oggetto o il capo come se fosse un foglio bianco.

Dare nuovo carattere, inventare e dare spazio a nuove idee

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

A come mi vesto quando lavoro di solito. Ho fatto la stessa cosa che feci 10 anni fa con la mia prima tuta intera da lavoro: tagliata in due. Decisamente più comoda.

Come l’hai realizzata?

L’ho divisa in due parti, trasformandola in un pantalone e una camicia da lavoro, e poi ho scolorito completamente le due parti facendole diventare arancione chiaro. Utilizzando del pigmento marrone l’ho colorata a macchie per dare un effetto sporco misto usato.

Ho aggiunto del tessuto alla “camicia”,che non ho però colorato.

Ho stampato in 3d dei bottoni con il logo di Garage Italia e li ho applicati.

Su un taschino ho cucito a mano la scritta TETI come facevano in marina per non scambiare le divise dopo il lavaggio.

Ho serigrafato su tutto il tessuto le mie axonometry di vari colori.

È la prima volta che lavori su un capo di abbigliamento?

Si, non mi era ancora successo, ma è stato molto divertente, ho avuto modo di esprimere la mia arte su una superficie diversa.

Quali sono le tecniche che prediligi e le superfici che ti danno più soddisfazione?

Per creare le mie opere, che hanno un segno grafico semplice, mi basta un rullino da 5 cm e della vernice bianca o nera, ma soprattutto tanto spazio. Amo le superfici grezze, dove il colore entra all’interno degli spazi delle crepe.

Sui tuoi social vediamo che ricerchi spesso il dialogo con la tua fan base? Quanto è importante per te stimolare questo tipo di interazione? 

Reputo i social come dei megafoni per far arrivare i tuoi messaggi a più gente possibile, le mie opere hanno significati diversi in base a chi le guarda, cerco tantissimo il dialogo con le persone che mi seguono perché sentire ciò che ci vedono è parte del ciclo creativo dell’opera.

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YURISATA

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Yuri Sata. Classe ‘89, disegnatore, writer e tatuatore.

Disegno praticamente da sempre, ho iniziato quando avevo 4 o 5 anni e non ho mai smesso fino oggi, quando oltre ad essere una passione che mi accompagna da tutta la vita è anche diventata la mia professione. L’interesse e l’apertura verso il mondo del tatuaggio risalgono al periodo dell’adolescenza, successivamente al periodo dei graffiti.

Dal 2016 sono co-founder di SATATTTVISION, il mio studio di tatuaggi in Via Tadino 3, in zona Porta Venezia. In realtà non è solo un tattoo studio, è un luogo dove le varie contaminazioni date dagli interessi di ciascun componente del team portano continuamente nuova linfa alla creatività del collettivo.

Come definiresti il tuo stile?

Posso dirvi che il mio trip sono sicuramente le lettere…cerco sempre di evolverle e crearne sempre di nuove, cercando di non scadere nella monotonia. Ci sono periodi in cui sono portato a fare un certo tipo di cose piuttosto che altre, ma credo sia qualcosa che capiti a chiunque crei, a prescindere da cosa stia creando.

Cos’è per te la personalizzazione?

Lo dice la parola stessa, dare un carattere a qualcosa. A mio avviso possono esserci tanti modi di personalizzare, ma ci sono due variabili da considerare che sono a mio avviso cruciali: su commissione o lavoro libero! Da qui poi si aprono strade diverse.

Dare un carattere a qualcosa.

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

Premessa: da ragazzino personalizzavo le carrozzerie dei motorini agli zanza di periferia.

In questo caso, visto il forte legame che ha il capo con il mondo dei motori, mi sono subito venute in mente le tute dei piloti, tappezzate di quelle patch super fighe di sponsor, attraversate da scritte dalla testa ai piedi, numeri etc.

Come l’hai realizzata?

Smalti, pennelli e bumbuléta (bomboletta in milanese). Se lo volete mettere a me fa ridere.

E noi lo mettiamo.

Raccontaci il passaggio dai graffiti ai tatuaggi, due mondi non così distanti a pensarci bene.

Beh, non è stata una vera e propria scelta, è stata una transizione naturale e direi fisiologica… La curiosità è stata grande fin da subito, per cui ho iniziato a farmi un sacco di domande su come si realizzassero e ho approfondito l’argomento.

Vedendo parecchi writer, coetanei o più grandi, che erano tatuati ed alcuni erano anche tatuatori diciamo che è scattata la molla.

C’è da dire che il solo ed unico tatuaggio che ho sempre avuto sotto gli occhi sin da quando ho memoria è quello di mio padre, un tatuaggio super true tutto sgangherato con le iniziali sua e di mia madre! SBAM (momento di esaltazione mista fierezza).

 

Avevi già avuto occasione di lavorare alla customizzazione di un capo di abbligliamento? Su quali altri superfici hai impresso in passato le tue forme di lettering e su quale ti è piaciuto di più lavorare?

Sì, nel corso degli anni ho avuto modo di lavorare su vari supporti e capi d’abbigliamento: denim, impermeabili, caschi, moto, scooter, muri, saracinesche, interni di officine ecc… Devo dire che ogni superficie a suo modo mi ha fatto divertire, proprio per il fatto di dovermi adattare sul momento a quello che avevo davanti a me.

 

Qual è il significato dei simboli sulla Jumpsuit? A noi puoi dirlo.

Nessuno!

Sto scherzando, in realtà sono lettere e numeri realizzati con un alfabeto che ho creato grazie alle varie contaminazioni del mio percorso artistico fino ad oggi.

Nello specifico sulla parte frontale della jumpsuit in prossimità del petto ci sono una G e una I per Garage Italia, sui tasconi invece troviamo una M e una I (Milano).

Sul retro all’altezza dei polpacci c’è un 20 che sta per l’anno corrente, che letto al contrario diventa 02 (il prefisso di Milano, Signore e Signori). Coincidenze? Non credo proprio.

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RIFFBLAST

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RIFFBLAST è un artista italiano, nato a Bologna, in Italia.

Il mio viaggio nell’arte è iniziato nella prima infanzia, cresciuto in campagna da una famiglia stimolante e creativa che mi ha sostenuto sin da quando ho iniziato a dipingere e creare sculture di legno.

All’età di 17 anni ho iniziato a collaborare con aziende di skate e surf per creare grafiche di tavole. Questo mondo mi ha fatto conoscere il vero amore per la sottocultura punk hardcore che per anni ha influenzato il mio modo di vedere l’arte.

Dopo una breve ma intensa esperienza nel mondo della moda che mi ha aiutato a sviluppare conoscenze in ambito commerciale, nel 2015 decisi senza alcuna certificazione o sicurezza di tornare a dipingere e creare arte.

Il mio approccio al mondo dell’arte non è stato da manuale, come per chiunque si avvicini a questo mestiere, sto tuttora affrontando un percorso lento che grazie ad eventi e social media mi sta facendo crescere.

Da un paio di anni collaboro con diverse gallerie in giro per il mondo, dall’Italia agli Stati Uniti, partecipando attivamente a mostre personali e collettive.

Come definiresti il tuo stile?

Non ho uno stile preciso o definito, diciamo che faccio un po’ quello che mi pare.

Dopo un paio di anni passati a cercare di fare arte come altre persone la concepiscono e come sono stati sempre abituati a vederla, ho deciso che la via più semplice ed efficace è fare proprio quello che mi sento sul momento.

Cos’è per te la personalizzazione?

È uno stile di vita, nel senso più ampio della parola la personalizzazione può essere anche un tatuaggio o il modo in cui una persona mangia la pizza, non è un concetto necessariamente legato ad un qualcosa in particolare.

La personalizzazione "È uno stile di vita"

A che cosa ti sei ispirato per la customizzazione della Jumpsuit?

Ho voluto mixare il sapore dei vecchi chiodo in pelle degli anni ‘70/’80 con la cultura del tatuaggio tradizionale orientale.

Come l’hai realizzata?

Usando varie tecniche, dalla serigrafia fino alla pittura con candeggina.

Quali sono i tuoi soggetti preferiti e le tecniche che prediligi?

Sono anni che colleziono vecchie cromolitografie religiose e proprio loro, con quei colori pastello accesi, sono i soggetti che preferisco rispetto ad una tela bianca.

La pittura con colori acrilici, nonostante sia il modo più “banale” per dipingere, è la mia prediletta, ultimamente sto sperimentando tanto con il legno, creando vere e proprie sculture che escono dalle cornici.

E perché proprio i Santi? C’è una ragione in particolare?

È stato davvero casuale l’accostamento della mia arte a quella sacra. Certe movenze o le posizioni in cui le figure vengono ritratte mi fanno scattare l’idea di ritrarli in modi in cui l’artista originale non si sarebbe mai immaginato (eh beh certo, era anche un’altra epoca direte voi). A me piace pensare che in un mondo dove tutto ancora era da scrivere e creare, qualcuno avesse già pensato che in futuro ci sarebbe stato un Riffblast che avrebbe blastato i suoi quadri.

Quanto è difficile essere RIFFBLAST? O meglio, quanto è difficile spingersi sempre un po’ oltre senza mai varcare la sottile linea della provocazione?

Viviamo in un mondo dove tutto o quasi tutto è ormai sdoganato, essere Riffblast oggi è quasi più divertente che difficile, ci sono stati anni in cui sono stato attaccato duramente per il mio lavoro, ma ho sempre motivato le mie scelte con risposte intelligenti che hanno placato gli animi, dove purtroppo non arrivi te la sfanghi sostenendo che l’arte è libera.

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GIADA MONTOMOLI