Novembre 1989, stadio San Paolo, gli azzurri giocano la gara di ritorno dei sedicesimi di Coppa Uefa contro il Wettingen, cittadina svizzera con una bella abbazia e una diga, ma insomma, niente di lontanamente paragonabile alle 500 cupole di Napoli. Dopo lo 0-0 dell’andata, gli ospiti chiudono il primo tempo avanti; Maradona non è nemmeno convocato.
Ci penseranno Baroni e Mauro a ribaltare il risultato e salvare la faccia, ma sembra la conferma della rottura definitiva tra Diego e il presidente Ferlaino. Il Pibe de Oro è ai ferri corti con il vulcanico Ferlaino dal maggio del 1989, cioè da quando il presidente si è rimangiato la promessa di lasciarlo libero in caso di vittoria della Coppa Uefa ‘88/89, arrivata puntuale contro lo Stoccarda di Klinsmann in finale. 

Il giorno dopo la partita con il Wettingen, il 2 novembre 1989, Maradona arriva fasciato in una discutibile polo verde al campo di allenamento, fa due sgambate con i compagni, e se ne va lasciando ai giornalisti una frase passivo-aggressiva: “È il mio capo Ferlaino, quando vuole giocherò”. 

Eppure Diego e Ferlaino si erano tanto amati, come si dice quando le love story sono così compromesse da lasciare spazio ai ricordi. O meglio, Ferlaino si era sicuramente invaghito di Diego, altrimenti non l’avrebbe mai portato a Napoli. E non l’avrebbe mai coccolato regalandogli la prima Ferrari Testarossa de color negro mai esistita – o forse era una F40?

Andiamo con ordine: nell’estate del 1986 la popolarità di Maradona è straripante. Ha appena vinto i Mondiali con l’Albiceleste, illuminando una nazionale discreta con il suo talento divino, il suo carisma da capopopolo, la sua incredibile capacità di convincere esseri umani con un talento infinitamente inferiore al suo che sì, vincere era fattibile se jugamos juntos. Diego ritorna a Napoli cavalcando l’onda lunga dei Mondiali messicani, e quando atterra a Capo di Chino vuole togliersi uno sfizio. Sguinzaglia il suo fedele manager slash amico slash confidente Guillermo Coppola e lo manda da Ferlaino a chiedere una Ferrari F40. Il presidente, immobiliarista e costruttore edile con un passato da pilota professionista e un quinto posto alla Mille Miglia, gongola: non vede l’ora di sfoggiare la sua amicizia personale con Enzo Ferrari, il Commendatore. “Ehm, presidente” aggiunge Guillermo nel suo italiano con accento porteños “la Ferrari de color negro por favor”.


Qui la storia inizia a sfumare nella leggenda. Se diamo retta alle parole di Coppola a TyC Sports, l’anno era sicuramente il 1986 e il modello era una F40; peccato che quell’anno la F40 fosse ancora in fase di sviluppo nei segretissimi laboratori di Maranello, e nemmeno l’intercessione personale di Gianni Agnelli avrebbe potuto accelerare l’uscita del modello, prevista per il 1987. Più probabile quindi che si tratti di una Ferrari Testarossa; quando arriva a Soccavo, dopo il ritorno contro il Wettingen, effettivamente Diego è al volante di una Ferrari nera, con le note di Non dimenticar che t’ho voluto tanto bene di Julio Iglesias che escono dai finestrini. E qui arriva la seconda incongruenza: Coppola racconta che Diego, una volta salito in macchina, deluso dalla mancanza dello stereo e dell’aria condizionata, avrebbe sbottato: “Bueno presidente, entonces que se la metan en el cul…”. Un aneddoto che in effetti descrive l’abitacolo di una F40, perché la Testarossa aveva un abitacolo lussuoso e dotato di ogni comfort, inclusi stereo e condizionatore. Insomma, una storia ingarbugliata, come tutte quelle che riguardano Maradona; una cosa però la sappiamo, e cioè che Ferlaino sborsò circa 990.000 dollari, di cui una discreta percentuale in vernice, per accontentare la sua stella, che però usò pochissimo il suo regalo. Troppo riconoscibile in una città come Napoli, troppo scomoda, troppo lussuosa se consideriamo che a Diego piacevano i comfort.

Insomma, quella della Ferrari nera di Maradona è l’ennesimo aneddoto ambiguo legato alla figura de El Diez, l’ennesimo pretesto per discutere della sua figura ambigua e controversa. Ma, come scrive Daniele Manusia su l’Ultimo Uomo, se la canonizzazione e la condanna eterna sono due lati della stessa medaglia, Maradona va raccontato senza seguire il solito binomio bene contro male, giusto contro sbagliato. Per rendere onore a lui e alla sua storia, come uomo e come calciatore, bisogna tenerne presente la complessità, l’eterna ambivalenza, l’alone di mistero che aleggia su ogni aspetto della sua figura. Anche sui più banali, come capire quale modello di Ferrari avesse effettivamente chiesto a Ferlaino.

EDITOR: Andrea Pagliari

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